
⭐⭐⭐⭐
La nuova creatura della giovane Ducournau è fisica e struggente. In un mondo narrativo fatto di simboli e mai ridotto a semplificazioni didascaliche, si agitano in un’ansia immobile gli echi dell’AIDS e della più recente pandemia, che diventano rappresentazioni più universali della paura e della dipendenza. Della morte, certo, della malattia e della mortalità, ma anche della potenza sconsiderata dell’eternità e del tempo circolare. Il virus di questo film uccide attraverso la pietrificazione, che è morte biologica, isolamento, e al contempo rito e trasformazione mitica. Il cinema è il regno del movimento, ma nel cinema di Ducournau i corpi smettono di muoversi in una danza contraddittoria e irrinunciabile tra fascino e repulsione, nel ritmo perturbante del ritornare sacro.

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