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Presence di Steven Soderbergh, la recensione

⭐⭐⭐⭐

Presence non pensa. “Riflette” il cinema come esperienza e linguaggio capovolgendone la grammatica, che tuttavia rimane invariata. La claustrofobia dell’immagine si lascia fuggire attraverso la sperimentazione in modo illusorio e circolare, tramite un ripiegamento momentaneo che poi corre in retromarcia a incontrare il doppio dello specchio simbolo iniziatico di scoperta, con uno spavento finale sinestetico da orgasmo di confine. La presenza spiritica in soggettiva non è pericolo, ma animale ferito da compatire e demiurgo fuori dal tempo che prende coscienza quando il paradosso si svela. Spettatore costretto a guardare, regista sciamano dell’invisibile.

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