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Il sabotaggio (in)voluto di Cameron si fa simbolo mi(s)tico nel terzo capitolo di Avatar, suicidio assistito nella forma e omicidio premeditato dell’eroe. Un ritorno eterno e frustrante che sbeffeggia il grande inganno della catarsi lineare, ma per figliare dalle ceneri proprio la cronologia liturgica della Storia. È un profeta ribelle riconosciuto da Dio, da guardare “di lato” come Eywa guarda sua figlia, un dolore dinastico che invoca di essere rivisto e quindi ripetuto con fastidio, che spezza l’utopia del pianeta Pandora come salvezza alternativa e fonda un miraggio nuovo: il cinema come infinito vuoto da riempire.

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